ESG - Sostenibilità 17/07/2025

ESG Manager: una competenza strategica anche per le PMI

L’integrazione dei criteri ESG (Environmental, Social, Governance) nel core business aziendale non è più un’opzione riservata alle grandi imprese o agli attori quotati. Le nuove normative europee, unite alla crescente pressione di mercato, stanno rendendo la sostenibilità un requisito anche per le PMI, soprattutto quelle coinvolte nelle filiere produttive o interessate a finanziamenti pubblici.

In questo contesto, emerge con forza la figura dell’ESG manager: un profilo in grado di guidare l’azienda in un percorso concreto e misurabile verso la sostenibilità.

Tuttavia, non tutte le imprese possono permettersi questa figura a tempo pieno. Il modello fractional, basato su un impegno part-time e su obiettivi chiari, può rappresentare una soluzione efficace e sostenibile anche per le piccole realtà.

Chi è l’ESG manager e da dove nasce questa figura

L’ESG manager è un professionista con competenze trasversali in ambito ambientale, sociale e di governance. La figura, relativamente nuova, nasce dall’evoluzione di ruoli più tradizionali, come il responsabile CSR o l’HSE manager, ma ha un perimetro d'azione più ampio e si differenzia per la capacità di integrare la sostenibilità nella strategia aziendale, non solo come adempimento ma come leva di sviluppo.

La crescente attenzione verso i temi ESG non è solo una tendenza culturale: è il risultato di un quadro normativo europeo che impone alle imprese un salto di qualità nella raccolta, gestione e comunicazione delle informazioni legate alla sostenibilità.

  • La direttiva CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive), in vigore dal gennaio 2023, estende progressivamente gli obblighi di rendicontazione non finanziaria alle grandi imprese, a quelle quotate e, indirettamente, anche alle PMI coinvolte nella filiera produttiva. Richiede che le imprese rendicontino in modo trasparente le proprie performance ESG, seguendo criteri comuni e verificabili.
  • Gli standard ESRS (European Sustainability Reporting Standards), sviluppati da EFRAG e adottati dalla Commissione Europea, forniscono la struttura tecnica per il reporting richiesto dalla CSRD. Comprendono indicatori ambientali, sociali e di governance e definiscono in modo preciso cosa deve essere misurato e come devono essere presentati i dati.

In questo contesto, l’ESG manager diventa una figura centrale per guidare l’azienda nel comprendere gli impatti della normativa, interpretare correttamente gli standard, dialogare con funzioni diverse (operations, finance, HR) e coordinare le attività di raccolta dati, valutazione dei rischi, stakeholder engagement e redazione di piani o bilanci ESG.. Non si tratta di un ruolo formale o burocratico: è una competenza chiave per leggere la trasformazione in atto e adattare processi e strategie di conseguenza.

Secondo quanto evidenziato da Confindustria, Federmanager e 4.Manager nel comunicato congiunto del 10 febbraio 2023, il Sustainability Manager è oggi una figura emergente e strategica per le imprese italiane, anche di medie dimensioni. Il fabbisogno di competenze green e ESG è in crescita costante, con un incremento annuo del 5% e un’espansione del mercato del 19% dal 2021.

L'attività dell'ESG Manager 

L’attività dell’ESG manager è articolata e impatta su diverse aree aziendali.

I compiti principali includono:

  • analisi iniziale del contesto normativo e dei requisiti ESG applicabili all’impresa, diretti o indiretti (es. tramite la supply chain);
  • valutazione dei rischi ESG e identificazione dei temi materiali rilevanti;
  • definizione di obiettivi misurabili e relativi KPI ESG, in coerenza con le priorità strategiche;
  • strutturazione o aggiornamento delle procedure di raccolta dati ESG;
  • predisposizione o supervisione del bilancio di sostenibilità (ove previsto);
  • supporto alla governance aziendale per integrare la sostenibilità nei processi decisionali;
  • dialogo con partner, clienti e stakeholder per comunicare i risultati ottenuti e gli impegni futuri.

Il profilo richiede competenze sia tecniche (ambientali, sociali, legali) sia manageriali (change management, project management, visione strategica). È fondamentale che non resti una funzione isolata, ma operi in connessione con tutte le funzioni aziendali.

Perché oggi questa figura è cruciale anche per le PMI

L’urgenza di dotarsi di competenze ESG non riguarda più solo le grandi aziende. Sono almeno quattro i fattori che stanno coinvolgendo direttamente anche le PMI:

Normative europee (CSRD e Tassonomia UE)

La Direttiva CSRD estende gli obblighi di rendicontazione non finanziaria a un numero crescente di imprese. Anche se le PMI non quotate ne sono formalmente escluse, molte di esse vi sono coinvolte in modo indiretto, in quanto fornitrici di aziende soggette agli obblighi. I dati ESG richiesti dai clienti diventano quindi un requisito di filiera, non negoziabile.

Accesso al credito e ai bandi pubblici

Le banche stanno progressivamente integrando i criteri ESG nei processi di valutazione creditizia. Inoltre, molti bandi PNRR e incentivi regionali includono o premiano comportamenti sostenibili e sistemi di rendicontazione ESG, anche per le PMI.

Pressioni di mercato e reputazione

Sempre più clienti, partner e talenti cercano imprese che operano secondo principi ambientali e sociali chiari. La reputazione aziendale diventa un fattore competitivo anche per aziende di dimensioni ridotte, in particolare in settori ad alta esposizione pubblica (alimentare, moda, manifattura, servizi).

Evoluzione del modello industriale

Come affermato da Confindustria nel progetto lanciato a Venezia nel 2023, entro il 2030 le imprese non sostenibili “rappresenteranno la parte residuale di un mercato nel quale beni e servizi sostenibili saranno la norma”. Per le PMI, questo significa dover agire ora, per non trovarsi escluse domani.

I vantaggi di introdurre competenze ESG in azienda

L’inserimento di un ESG manager può generare benefici tangibili per l’impresa:

  • Prevenzione dei rischi: evitare sanzioni, contenziosi o esclusioni da bandi/partnership
  • Ottimizzazione dei processi: riduzione degli sprechi, maggiore efficienza nell’uso delle risorse
  • Valorizzazione dell’identità aziendale: narrazione coerente e credibile verso clienti, investitori e dipendenti.
  • Miglioramento della governance: definizione di policy e procedure più robuste.
  • Accesso facilitato a finanziamenti: dialogo più efficace con banche e fondi "ESG-aligned".

Secondo l’Osservatorio 4.Manager, oltre il 50% delle medie e grandi imprese italiane ha già avviato una strategia di sostenibilità, cercando figure capaci di guidare e coordinare l’integrazione degli obiettivi ESG nei processi aziendali. Questo trend si sta progressivamente estendendo anche alle PMI più strutturate.

Green skill gap: la nuova emergenza per la transizione sostenibile

Accanto alla spinta normativa e strategica verso la sostenibilità, si sta aprendo un nuovo gap tra domanda e offerta di competenze. Secondo il LinkedIn Global Green Skills Report 2024, se la situazione dovesse rimanere invariata, entro il 2030 un posto di lavoro su cinque che richiede green skills resterà scoperto per mancanza di candidati qualificati. La stima sale a uno su due entro il 2050.

  • A livello globale, tra il 2023 e il 2024, il numero di persone con un “green job title” o competenze legate alla sostenibilità è cresciuto del 5,6%, mentre la domanda è aumentata dell’11,6%. Il mismatch tra fabbisogno e competenze effettive è già oggi una delle principali criticità per le imprese che intendono avviare o consolidare la propria transizione ecologica.

  • In Italia, solo il 17% dei lavoratori possiede almeno una green skill, con una crescita ancora lenta (+4,6% rispetto al 2023). La domanda interna per ruoli legati alla sostenibilità è cresciuta meno che nel resto del mondo, ma ha comunque superato la media globale: 8,27% degli annunci su LinkedIn in Italia riguarda oggi ruoli green.

  • Il gap non è solo quantitativo, ma anche sociale e generazionale. Le donne rappresentano solo una su dieci tra i professionisti con green skill (contro quasi un uomo su cinque), e anche la Gen Z fatica ad accedere a questi percorsi, nonostante il forte interesse dichiarato.

  • I settori che esprimono maggiore domanda sono utility, edilizia, agricoltura e allevamento.

  • Tra le competenze più richieste figurano approvvigionamenti sostenibili (+60%), finanza sostenibile e audit ambientale.

Il quadro che emerge è chiaro: servono percorsi formativi, ma anche soluzioni concrete per portare in azienda le competenze necessarie. In questo scenario, la figura del fractional ESG manager rappresenta una leva concreta e immediatamente attivabile.

Il modello fractional: accesso sostenibile a competenze strategiche

Molte PMI condividono la necessità di dotarsi di competenze ESG, ma non hanno né la massa critica né la struttura interna per assumere un ESG manager a tempo pieno. In questi casi, il modello fractional può rappresentare una soluzione accessibile, efficace e coerente con le esigenze aziendali.

Cosa significa “fractional” in questo contesto?

Si tratta di incarichi manageriali part-time, regolati da un contratto chiaro, in cui il manager opera per un numero predefinito di giornate al mese, con obiettivi condivisi e risultati concreti da conseguire.

Vantaggi per le PMI:

  • Costi sotto controllo: non si crea un nuovo costo fisso in organico.
  • Rapidità operativa: il manager entra subito in azione, senza tempi lunghi di onboarding.
  • Approccio hands-on: non si limita a definire policy, ma guida il cambiamento.
  • Proporzionalità: l’impegno cresce o si adatta in base alla fase dell’azienda (es. audit iniziale, stesura piano, supporto al reporting).
  • Manager esperti, immediatamente disponibili: si accede a profili che sarebbero inaccessibili a tempo pieno.

Secondo i dati INIMA, in Italia oltre il 50% degli incarichi interim è svolto in modalità part-time, proprio per adattarsi alle dimensioni delle imprese clienti, spesso sotto i 100 dipendenti.

Conclusione

Il percorso verso la sostenibilità non può più essere rimandato. Le normative europee, il mercato e la società stanno chiedendo a tutte le imprese, grandi e piccole, di integrare criteri ESG reali, misurabili, tracciabili. Le PMI, che costituiscono l’ossatura del tessuto produttivo italiano, non sono esentate: al contrario, sono parte attiva della trasformazione.

Dotarsi di competenze ESG oggi significa non solo rispettare obblighi crescenti, ma anche costruire una base solida per l’accesso ai mercati, al credito e ai talenti. Il modello fractional rappresenta una via concreta per farlo, anche senza strutture interne complesse. Una figura esperta, per pochi giorni al mese, può guidare l’impresa a evitare errori critici e a costruire un posizionamento credibile, anche nei contesti più competitivi.

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17/07/2025