PMI e Startup 02/05/2025

Business Plan per Startup: guida completa per trasformare un’idea in impresa

Il business plan è uno strumento essenziale per ogni startup, prima ancora che un documento interno di pianificazione. È il punto di partenza per chi cerca capitali, perché consente a investitori, finanziatori o enti pubblici di valutare la solidità del progetto, il modello di business, la sostenibilità economica e le prospettive di sviluppo.

Senza un business plan ben strutturato, nessuna idea (per quanto promettente) può ottenere credibilità sul mercato o attrarre risorse per crescere. Allo stesso tempo, il piano rappresenta una guida strategica per l’imprenditore e il suo team: definisce gli obiettivi, chiarisce le priorità e costruisce una visione condivisa.

In questa guida vedremo cos’è un business plan per startup, come realizzarlo in modo efficace e come ottenere il supporto di un fractional manager esperto.


Cos’è un Business Plan per Startup

Il business plan è un documento che descrive in modo strutturato il progetto imprenditoriale, fornendo una visione d’insieme della startup, dei suoi obiettivi, delle strategie per raggiungerli e dei risultati attesi nel tempo.

Nelle fasi iniziali di vita di una startup, spesso dominate da incertezza e cambiamento, il business plan assume un valore doppio:

  • è uno strumento per orientare il team
  • allo stesso tempo, è un supporto concreto alla ricerca di fondi, partner o opportunità di crescita.

A differenza di un pitch deck, che sintetizza visivamente l’idea per presentazioni rapide, il business plan è un documento più completo, articolato e approfondito. Serve a dimostrare che l’idea non solo ha potenziale, ma è sostenuta da una strategia strutturata e da un'analisi realistica del mercato e delle risorse necessarie.

Nel contesto italiano, dove l’accesso al credito per le startup non è sempre semplice e la cultura imprenditoriale è ancora in evoluzione, il business plan può essere anche una forma di educazione manageriale: aiuta i fondatori a ragionare in termini di sostenibilità, ritorno sull’investimento e gestione del rischio sin dalle prime fasi.


Perché il Business Plan è fondamentale per le Startup

Un business plan ben strutturato è uno strumento trasversale, con benefici tangibili su più livelli. Non è utile solo per attrarre capitali o accedere a bandi pubblici, ma rappresenta una guida quotidiana per prendere decisioni informate, evitare sprechi e affrontare le inevitabili deviazioni dal percorso originario.

Ecco i principali vantaggi:

a) Visione strategica condivisa

Aiuta il team a chiarire obiettivi, priorità, ruoli e milestones. Evita interpretazioni divergenti e rafforza la coesione.

b) Pianificazione operativa

Tradurre l’idea in numeri, attività, azioni concrete consente di anticipare i colli di bottiglia e costruire una roadmap realistica.

c) Comunicazione verso l’esterno

Un business plan ben fatto è la base per dialogare con investitori, incubatori, enti pubblici o partner. Dimostra preparazione, capacità di execution e visione strategica.

d) Monitoraggio e controllo

Permette di confrontare gli obiettivi iniziali con i risultati ottenuti. Se aggiornato regolarmente, diventa uno strumento di controllo e apprendimento continuo.

e) Mitigazione del rischio

Un piano dettagliato, con ipotesi simulate e scenari alternativi, aiuta a gestire meglio l’incertezza. Non elimina il rischio, ma lo rende più comprensibile e affrontabile.


Come si struttura un Business Plan efficace


1. Executive Summary

L’Executive Summary è il biglietto da visita del business plan. Anche se viene collocato all’inizio del documento, spesso è l’ultima sezione che si scrive, proprio perché sintetizza tutti i contenuti principali.

Ha una funzione chiave: convincere chi legge che vale la pena dedicare tempo al resto del piano. Spesso è la prima (e talvolta l’unica) sezione letta da investitori e analisti, per questo deve essere:

  • Breve (idealmente 1–2 pagine)
  • Chiaro e leggibile anche da chi non ha background tecnico
  • Completo ma non eccessivamente dettagliato

Deve includere, in sintesi:

  • L’idea imprenditoriale e la proposta di valore
  • Il problema che si intende risolvere
  • Il mercato di riferimento
  • Il modello di business
  • Il team fondatore
  • L’ammontare del finanziamento richiesto e il suo utilizzo
  • I principali obiettivi a breve-medio termine

Deve rispondere in modo diretto a domande fondamentali:

  • Qual è il problema che la startup vuole risolvere?
  • Qual è la soluzione proposta?
  • Perché è il momento giusto per entrare in quel mercato?
  • In che modo si differenzia dalla concorrenza?
  • Qual è il fabbisogno finanziario e come verrà impiegato?
  • Chi c’è nel team e quali obiettivi si intendono raggiungere?

Esempio: una startup nel settore agritech che sviluppa sensori IoT per l’irrigazione intelligente può sintetizzare così: “Offriamo una tecnologia plug & play per ottimizzare l’uso dell’acqua in agricoltura, riducendo i costi del 30%. Il mercato di riferimento è in forte espansione in Europa. Cerchiamo 500.000 € per completare lo sviluppo e avviare la distribuzione con partner già identificati.”

Una sintesi ben scritta cattura l’attenzione e aumenta le probabilità che l’intero business plan venga letto con interesse.

2. Analisi di mercato: per dimostrare che esiste una domanda

L’analisi del mercato non è un semplice elenco di numeri. È una parte essenziale per dimostrare che:

  • C’è effettivamente una domanda per il prodotto o servizio
  • La startup conosce il contesto competitivo
  • Il posizionamento proposto è coerente e difendibile
  • Una sezione fondamentale per dimostrare che la startup ha compreso a fondo il contesto competitivo in cui si inserisce.

Deve mostrare non solo la dimensione del mercato, ma anche le tendenze, la segmentazione del target, il comportamento dei potenziali clienti e l’analisi dei competitor diretti e indiretti.

È importante supportare l’analisi con dati attendibili, fonti aggiornate e stime credibili. Un errore comune è limitarsi a numeri generici o riferimenti a scenari globali poco rilevanti: meglio concentrarsi su dati specifici, relativi al mercato realmente servito.

Per essere efficace, questa sezione deve quindi affrontare quattro aspetti chiave:

a) Dimensione e dinamiche del mercato

Indicare quanto è grande il mercato potenziale e come sta evolvendo. Va distinto il mercato totale (TAM) da quello realmente indirizzabile (SAM) e da quello inizialmente servibile (SOM).

Esempio: il TAM dell’e-commerce moda in Europa è di X miliardi €, ma una startup B2C che parte dall’Italia può indirizzare inizialmente solo una quota più ristretta.

b) Segmentazione e target

Spiegare a chi ci si rivolge, con quali bisogni, abitudini, comportamenti. Le buyer persona devono essere definite in modo chiaro (es. età, professione, canali usati, problemi da risolvere).

c) Tendenze del settore

Evidenziare se il settore è in crescita, stagnante o in trasformazione. Le startup che operano in mercati emergenti o sottoserviti possono evidenziare opportunità più forti.

d) Analisi della concorrenza

Identificare i principali concorrenti (diretti e indiretti), il loro posizionamento, pricing, punti di forza/debolezza. Mostrare in cosa si differenzia la propria offerta. 

È utile una tabella comparativa semplificata con le principali caratteristiche.

3. Modello di business: come si crea, distribuisce e monetizza il valore

Il modello di business descrive come la startup genera valore per i clienti e come cattura valore sotto forma di ricavi. In questa sezione, è importante dimostrare che non ci si limita a una buona idea, ma si ha una chiara visione di come trasformarla in un’attività sostenibile nel tempo.

Elementi da includere:

  • Come viene erogato il prodotto o servizio
  • Canali di vendita e distribuzione
  • Struttura dei ricavi (abbonamento, fee, pubblicità, freemium, ecc.)
  • Partnership strategiche
  • Vantaggi competitivi e barriere all’ingresso

Chi valuta il business plan (investitori, incubatori, banche) si aspetta di vedere risposte a queste domande:

  • Quale problema risolviamo e per chi?
  • Come raggiungiamo i clienti?
  • Qual è la proposta di valore?
  • Come monetizziamo?

a) La proposta di valore

Va spiegato in modo chiaro cosa offre la startup e perché i clienti dovrebbero sceglierla rispetto ad altre soluzioni esistenti. Il valore può essere economico (riduzione costi), funzionale (maggior efficienza), esperienziale (usabilità, design), simbolico (status, appartenenza), o una combinazione.

b) Canali di distribuzione e vendita

Dove e come viene venduto il prodotto o servizio? Online, offline, tramite partner, con modello diretto o indiretto? L’efficacia dei canali scelti incide direttamente su margini e scalabilità.

c) Struttura dei ricavi

Il modello di monetizzazione è fondamentale. Alcune opzioni:

  • Vendita una tantum (es. e-commerce prodotto fisico)
  • Abbonamento (SaaS, servizi B2B, contenuti)
  • Freemium con upgrade (app, tool digitali)
  • Commissione o fee su transazione (marketplace)
  • Licensing o white label

d) Costi principali e margini attesi

Serve un primo accenno alla sostenibilità: quali sono i principali costi fissi e variabili? Quali margini l’azienda può realisticamente generare?

e) Vantaggi competitivi

Se esistono elementi difficili da replicare (proprietà intellettuale, tecnologie sviluppate internamente, accesso esclusivo a canali o fornitori, know-how specifico), è il momento di metterli in evidenza.

L’utilizzo del Business Model Canvas può essere utile come mappa concettuale, ma nel business plan serve comunque una narrazione completa e argomentata.

4. Strategia di marketing e vendite: come si conquista il mercato

Anche il miglior prodotto fatica ad avere successo se non esiste una strategia efficace per raggiungere i clienti giusti, comunicare il valore e generare domanda. Questa sezione del business plan deve dimostrare che la startup ha una visione chiara di come entrare nel mercato e come acquisire utenti o clienti paganti.

a) Posizionamento e messaggio chiave

Dove si colloca la startup rispetto alla concorrenza? Qual è il messaggio che si vuole trasmettere al mercato? È utile identificare una value proposition sintetica, che possa guidare tutta la comunicazione.

Esempio: “La prima piattaforma di logistica urbana sostenibile rivolta ai piccoli esercenti locali.”

b) Canali di acquisizione

Quali saranno i canali prioritari per acquisire clienti? Possibili opzioni:

  • Digital advertising (Google Ads, social media)
  • SEO e content marketing
  • Email marketing
  • Partnership strategiche
  • Vendita diretta (inside sales, outbound)
  • Partecipazione a fiere, eventi, ...

La scelta dei canali deve essere coerente con il budget, la tipologia di cliente e il ciclo di vendita.

c) Strategia di pricing

Il prezzo deve essere giustificato dal valore percepito e sostenibile in termini di margini. Una strategia troppo aggressiva può generare attenzione iniziale ma non essere sostenibile; una pricing strategy premium deve essere supportata da un valore reale e comunicato in modo coerente.

d) Funnel di marketing e strategia di conversione

Oltre all’acquisizione, è utile descrivere come avviene il processo di conversione e fidelizzazione. È qui che entra in gioco il funnel di marketing (awareness → interesse → decisione → azione → retention).

e) KPI e obiettivi misurabili

Inserire metriche chiave previste nella fase di go-to-market:

  • CAC (costo di acquisizione cliente)
  • LTV (lifetime value)
  • Conversion rate
  • Tasso di churn (per modelli a sottoscrizione)
  • ROI delle campagne adv

Un piano marketing senza KPI risulta poco credibile. Meglio indicare pochi indicatori, ma realistici e pertinenti.

5. Team e governance 

Gli investitori non finanziano solo idee, ma soprattutto le persone che possono renderle realtà. Per una startup, il team è spesso il primo vero asset. Per questo è cruciale descrivere il team in modo dettagliato, sottolineando competenze, esperienze pregresse e complementarietà dei profili.

In questa sezione del business plan è fondamentale dimostrare che esiste un gruppo di lavoro coeso, competente e complementare, capace di affrontare le sfide dell’esecuzione.

a) Competenze chiave

Il team fondatore deve coprire in modo credibile le aree critiche del progetto: tecnologia, prodotto, marketing, vendite, operazioni. Non serve che ogni area sia già completamente presidiata, ma è importante mostrare consapevolezza dei ruoli essenziali e dei gap da colmare.

Esempio: in una startup SaaS B2B, è strategico avere almeno un co-founder con background tecnico (CTO) e uno con esperienza commerciale (CEO o sales lead).

b) Esperienze pregresse

Vanno evidenziate le esperienze rilevanti del team, sia in ambito imprenditoriale sia nel settore specifico. Non servono CV estesi, ma sintesi mirate: “10 anni in ambito fintech, già co-founder di X, ex manager in Y”.

c) Ruoli e governance

È utile indicare l’organigramma iniziale (anche snello), la suddivisione dei ruoli e la struttura decisionale. Se la startup ha già un advisory board o dei mentor qualificati, è il momento di presentarli, specificando il tipo di supporto offerto (tecnico, strategico, di networking).

d) Gap e sviluppo futuro

Se mancano figure chiave, è consigliabile dichiararlo esplicitamente e spiegare come si intende colmare il gap: “Assunzione prevista entro 6 mesi”, “Supporto esterno tramite fractional CFO”, ecc. Questo dimostra consapevolezza organizzativa e apertura al rafforzamento del team.

6. Piano operativo: dal piano strategico all’azione concreta

Questa sezione mostra che l’idea non è solo una visione astratta ma un progetto operative: indica cosa verrà fatto, quando, da chi e con quali risorse.

Serve a dimostrare che il progetto è realizzabile, che ci sono priorità chiare e che si è in grado di eseguire. Attenzione: non è un elenco di buone intenzioni, ma una roadmap concreta che collega obiettivi e azioni in modo coerente. È Utile integrare tabelle o Gantt di progetto.

Gli elementi da includere:

a) Milestone principali

Vanno identificate le tappe fondamentali da raggiungere nei prossimi 12–24 mesi. Alcuni esempi tipici:

  • Sviluppo MVP (minimum viable product)
  • Avvio test con clienti early adopter
  • Lancio commerciale
  • Primi contratti firmati
  • Sviluppo funzionalità aggiuntive
  • Raggiungimento del break-even

Ogni milestone deve essere temporalmente collocata e, se possibile, collegata a indicatori chiari di successo (KPI).

b) Attività pianificate

Per ogni fase, è utile indicare le attività operative da svolgere: sviluppo prodotto, campagne marketing, onboarding utenti, assunzioni strategiche, etc. Questo aiuta a valutare la fattibilità esecutiva e la capacità di allocare le risorse.

c) Risorse richieste

Vanno indicati in modo sintetico i principali fabbisogni in termini di:

  • Risorse umane (profili e quantità)
  • Strumenti tecnologici
  • Spese operative e logistiche
  • Supporti esterni (advisory, consulenti, partner)

Una startup che dimostra di sapere cosa serve per eseguire il piano ha maggiore credibilità, soprattutto se le risorse richieste sono ben collegate alla richiesta di finanziamento.

d) Rischi operativi e mitigazione

Se ci sono fattori di rischio evidenti (dipendenza da fornitori, tecnologia ancora in fase di sviluppo, mancanza di certificazioni), è utile citarli brevemente e indicare le contromisure previste. Questo mostra maturità e consapevolezza del contesto.

7. Piano finanziario: dare concretezza ai numeri

Il piano finanziario è uno degli elementi più analizzati in un business plan, soprattutto da parte di investitori e istituti di credito. Deve fornire una proiezione ragionata e coerente dello sviluppo economico-finanziario della startup.

a) Struttura del piano

Un piano finanziario completo dovrebbe includere almeno tre documenti previsionali:

  • Conto economico: ricavi, costi diretti, margine lordo, costi operativi, EBITDA, utile netto.
  • Cash flow: entrate e uscite di cassa mese per mese. Serve a capire la liquidità disponibile e il momento in cui si potrebbe esaurire.
  • Stato patrimoniale sintetico: utile soprattutto in fase più avanzata, per rappresentare attivi, passivi e capitale proprio.

Le previsioni dovrebbero coprire almeno tre anni, con maggiore dettaglio nel primo (mensile o trimestrale).

b) Ipotesi sottostanti

È fondamentale esplicitare le ipotesi alla base delle proiezioni:

  • Prezzo medio del prodotto/servizio
  • Tasso di acquisizione clienti
  • Tasso di conversione e churn
  • Costi di acquisizione (marketing, vendite)
  • Costi fissi e variabili

Meglio inserire ipotesi realistiche e prudenziali, piuttosto che dati troppo ottimistici che rischiano di compromettere la credibilità dell’intero piano.

c) Analisi di sensitività

Quando possibile, è utile mostrare l’impatto di uno scenario “ottimistico”, “base” e “conservativo”, per dimostrare che la startup è consapevole delle variabili in gioco. Anche l’analisi del break-even point è spesso apprezzata, perché indica il momento in cui i ricavi copriranno i costi.

d) Fonti dei dati

I dati utilizzati devono essere coerenti con l’analisi di mercato e, se possibile, supportati da benchmark esterni o dati storici (se l’attività è già avviata). L’autoreferenzialità e le proiezioni senza fondamento sono tra gli errori più penalizzanti.

Gli investitori non cercano previsioni perfette, ma vogliono capire come ragiona il team e quanto è consapevole della dinamica economica del progetto.

8. Richiesta di finanziamento: chiarezza, coerenza e obiettivi

Se il business plan ha l’obiettivo di raccogliere capitale, questa sezione deve essere trattata con grande attenzione. Deve spiegare quanto capitale si sta cercando, a cosa servirà e quali risultati si intende raggiungere con quell’investimento.

a) Importo richiesto

L’ammontare richiesto deve essere proporzionato allo stadio di sviluppo della startup e coerente con il piano operativo e finanziario. È consigliabile richiedere il capitale sufficiente a coprire almeno 12–18 mesi di attività, fino al raggiungimento della successiva milestone significativa (es. lancio, trazione, nuovo round).

b) Destinazione dei fondi

Suddividere l’utilizzo dei fondi per area funzionale aiuta a chiarire le priorità. Ad esempio: 40% sviluppo prodotto, 30% marketing e acquisizione clienti, 20% nuove assunzioni, 10% spese operative e legali.

Più il breakdown è chiaro, più è facile valutarne la credibilità.

c) Forma dell’investimento

In alcuni casi, è utile specificare se si cerca equity, debito convertibile, grant, co-investimento, ecc. Se il piano è rivolto a soggetti diversi (VC, business angel, enti pubblici), questa distinzione può essere importante.

d) Prossimi step e visione futura

  • È apprezzato indicare cosa succederà dopo l’investimento:
  • Quali risultati si intende raggiungere con i fondi
  • Quando si prevede di aprire un nuovo round
  • Quale sarà l’eventuale exit strategy o modello di scalabilità

Questa sezione non è solo tecnica: serve a dimostrare che il team ha una visione finanziaria del progetto, non solo operativa.


Errori da evitare nella stesura del Business Plan

Scrivere un business plan efficace non significa solo compilare una struttura standard. Esistono errori ricorrenti che compromettono la credibilità del documento e la fiducia di chi lo legge.

  • Proiezioni finanziarie irrealistiche. Uno degli errori più comuni è presentare numeri troppo ottimistici, senza un’adeguata giustificazione. Un tasso di crescita del +500% in un anno può sembrare entusiasmante, ma se non è supportato da dati e strategie concrete, rischia di compromettere la fiducia nel team.
  • Mancanza di coerenza tra le sezioni. Il piano deve “tenere insieme” tutti gli elementi. Se il modello di business è basato sull’acquisizione diretta di clienti, ma nel piano operativo non è previsto un budget marketing coerente, emerge una discrepanza che riduce la credibilità.
  • Eccessiva lunghezza o linguaggio tecnico. Un business plan non deve essere un documento prolisso o eccessivamente specialistico. Deve essere leggibile anche da chi non conosce in dettaglio il settore. Meglio evitare tecnicismi non spiegati e puntare su chiarezza e sintesi.
  • Nessuna evidenza del bisogno di mercato. Molti piani si concentrano troppo sull’idea e troppo poco sul problema che intendono risolvere. Il risultato è un documento autoreferenziale, che non dimostra un vero fit con il mercato.
  • Trascurare il team o i gap organizzativi. La sezione dedicata al team è spesso sottovalutata. Serve mostrare le competenze specifiche, i ruoli già coperti e quelli ancora scoperti, dichiarando eventuali assunzioni previste o figure da inserire.
  • Non aggiornare il piano nel tempo. Il business plan è dinamico, va aggiornato regolarmente, soprattutto in presenza di cambiamenti significativi: validazione del prodotto, ingresso di nuovi soci, variazione del mercato o dei costi.


Domande frequenti sulla stesura del Business Plan (FAQ)

Serve davvero un business plan se siamo ancora in fase di idea?

Sì, anche in fase pre-seed è utile redigere un primo piano, anche semplificato. Aiuta a fare ordine, chiarire i bisogni, definire un budget iniziale e presentarsi con maggiore credibilità a eventuali partner o incubatori.

È obbligatorio per accedere a bandi o incentivi pubblici?

Nella maggior parte dei bandi (es. Invitalia, PNRR, bandi regionali) è richiesto un piano economico-finanziario e una descrizione strutturata del progetto. Un business plan ben fatto facilita l’accesso a queste opportunità.

Quanto deve essere lungo un business plan?

Si consiglia di redigere un business plan tra le 15 e le 30 pagine ben organizzate.

Deve essere scritto in italiano o in inglese?

Dipende dal pubblico di riferimento. Se il piano è destinato a investitori italiani o istituzioni pubbliche, l’italiano è preferibile. Per VC internazionali o acceleratori esteri, è spesso richiesto in inglese.

Possiamo usare modelli precompilati o template?

Sì, ma con attenzione. I template possono aiutare a strutturare le informazioni, ma ogni sezione va personalizzata. Un piano generico o troppo “di scuola” non trasmette reale convinzione né conoscenza del progetto.

È possibile coinvolgere professionisti esterni nella stesura?

Sì, soprattutto per le sezioni finanziarie o per la revisione del documento. L’importante è che il team fondatore resti coinvolto direttamente nei contenuti strategici, perché il business plan deve riflettere la visione reale del team.

È utile allegare un pitch deck? Sì, può essere utile ed è consigliabile se il piano è rivolto a investitori.

Business Plan e Fundraising: il passaggio obbligato per attrarre capitali

Per una startup, la raccolta di capitali non è solo una questione di risorse finanziarie, ma di accesso al mercato, velocità di esecuzione e capacità di scalare. Un business plan solido e credibile è il principale strumento con cui una giovane impresa può dimostrare a terzi – investitori, banche, enti pubblici – di essere degna di fiducia.

Chi valuta un investimento deve rispondere a tre domande fondamentali:

  1. L’idea ha potenziale?
  2. Il team è in grado di realizzarla?
  3. Il progetto può generare ritorno?

Un business plan ben fatto fornisce le evidenze necessarie per rispondere positivamente a ciascuna di queste domande.

a) Gli elementi chiave valutati in un business plan

I venture capitalist, i business angel e i family office sono abituati a ricevere decine di piani ogni settimana. Il loro processo di valutazione è spesso rapido e basato su criteri ricorrenti.

Alcuni degli elementi più analizzati sono:

  • La dimensione del mercato e la sua crescita potenziale
  • La proposta di valore e il vantaggio competitivo
  • La scalabilità del modello di business
  • La qualità e completezza del team
  • Le milestone già raggiunte (MVP, utenti attivi, ricavi)
  • La coerenza delle proiezioni economico-finanziarie
  • Il fabbisogno finanziario dichiarato e il suo utilizzo

Un piano vago, incongruente o troppo teorico viene scartato quasi sempre, anche se l’idea è valida.

b) Perché il business plan deve adattarsi al tipo di finanziamento richiesto

Il tipo di finanziamento ricercato incide sul contenuto del business plan. Ecco tre approcci comuni:

1. Investimenti in equity (VC, angel investor)

Richiedono un piano dettagliato, con particolare enfasi su:

    • Visione e ambizione di crescita
    • Exit strategy (es. acquisizione, IPO, buyback)
    • Potenziale di ritorno 10x in 5–7 anni
    • Piano finanziario coerente con round successivi

    2. Finanziamenti pubblici o grant (es. Invitalia, PNRR, Regioni)

    Richiedono:

    • Focus su sostenibilità economico-finanziaria
    • Chiarezza nella descrizione delle attività e obiettivi
    • Rispetto dei vincoli normativi e ammissibilità delle spese
    • Struttura formale (spesso su modelli predefiniti)

    3. Finanziamenti bancari o garanzie pubbliche

    Richiedono:

    • Pianificazione realistica e prudenziale
    • Coperture patrimoniali, anche parziali
    • Business plan orientato alla gestione del rischio
    • Chiarezza nella restituzione del debito (piano di rimborso)

    Ogni interlocutore ha metriche e aspettative differenti. Il business plan deve adattarsi di conseguenza, pur mantenendo coerenza interna e credibilità.

    c) Il ruolo decisivo del business plan nella raccolta di capitali

    Il business plan non è tutto, ma è la base da cui parte ogni valutazione. Anche nei round seed, dove conta molto l'intuizione e il team, la presenza di un piano ben strutturato fa la differenza tra “interesse” e “impegno”.

    Secondo dati raccolti da Crunchbase e CB Insights, i round che vanno a buon fine nel pre-seed e seed sono quelli in cui il team:

    • Ha una chiara strategia di go-to-market
    • Presenta un piano finanziario credibile
    • Dimostra di aver già testato, anche in minima parte, il mercato

    d) Come il business plan apre l’accesso a fondi e programmi pubblici

    In Italia, molte startup cercano supporto nei primi anni attraverso:

    • Programmi di incubazione/accelerazione (es. Invitalia, Lazio Innova, Trentino Sviluppo)
    • Contributi a fondo perduto per innovazione e digitalizzazione (Regioni, MISE, PNRR)
    • Prestiti agevolati con garanzie pubbliche

    In tutti questi casi, il business plan è richiesto espressamente, o ne rappresenta la base per la compilazione di altri documenti (es. business model, schede tecniche, piani d’impresa). A differenza dei pitch, qui conta molto anche la forma: chiarezza, ordine, linguaggio neutro e concretezza dei numeri.

    Il supporto del Fractional Manager nella stesura e attuazione del Business Plan

    Un business plan efficace si regge sui numeri: servono proiezioni coerenti, realistiche e ben strutturate.

    a) Fractional CFO

    Il fractional CFO è un professionista con esperienza diretta in ambito finanziario – spesso in aziende strutturate o startup in crescita – che può supportare la redazione del piano con un approccio tecnico e strategico al tempo stesso.

    I suoi contributi sono molteplici:

    • Costruzione delle proiezioni economico-finanziarie: partendo dalle ipotesi di business, traduce le strategie in numeri. Stima ricavi, costi diretti e operativi, fabbisogno finanziario, margini, cash flow.

    • Validazione delle ipotesi: verifica se le assunzioni alla base delle stime sono plausibili rispetto al mercato e allo stadio di sviluppo della startup (es. pricing, tempi di acquisizione cliente, percentuali di conversione).
    • Simulazione di scenari alternativi: crea versioni “ottimistiche”, “realistiche” e “conservative” del piano, utili per investitori e bandi pubblici.
    • Preparazione alla due diligence: garantisce che i numeri siano solidi, giustificabili e pronti per essere messi alla prova da banche o investitori.
    • Supporto alla pianificazione del fundraising: aiuta a determinare quanto capitale serve, in quale forma e con quale timing, evitando richieste troppo vaghe o sottostimate.

    Molte startup hanno una buona visione di prodotto, ma non hanno mai costruito un piano economico in grado di reggere il confronto con un investitore professionale. Il fractional CFO colma questo divario, in modo temporaneo ma ad alto impatto.

    b) Fractional CEO o Strategist

    Nelle startup early-stage, la figura del CEO è spesso ricoperta da uno dei fondatori, che però potrebbe avere un background tecnico o creativo, ma non manageriale. In questi casi, un fractional CEO – o anche uno Strategist con esperienza di avvio d’impresa – può dare un contributo decisivo alla qualità del business plan.

    Ecco alcune aree in cui interviene:

    • Definizione della proposta di valore: aiuta il team a formulare con chiarezza cosa rende l’offerta unica e perché il mercato dovrebbe scegliere proprio quella soluzione.
    • Costruzione del modello di business: verifica che la strategia di monetizzazione sia coerente con il comportamento dei clienti e con la struttura dei costi, evitando forzature o soluzioni standard poco adatte.

    • Allineamento tra obiettivi, milestone e attività operative: supporta la definizione di un piano di esecuzione sostenibile, evitando sovrastime o tempistiche irrealistiche.

    • Sviluppo del piano di go-to-market: suggerisce strategie di ingresso sul mercato, validazione dell’MVP, acquisizione dei primi clienti e impostazione del funnel.

    • Presentazione e storytelling del progetto: aiuta a comunicare la visione in modo efficace, soprattutto nei momenti cruciali come presentazioni, pitch o application per bandi.

    Il fractional CEO non sostituisce il team, ma ne potenzia la capacità decisionale, portando ordine, metodo e visione manageriale in una fase in cui ogni scelta può avere effetti rilevanti.


    Conclusione: il Business Plan come primo "atto strategico" di una Startup

    Per una startup, redigere un business plan non è un adempimento formale, ma un esercizio di consapevolezza. Significa dare struttura a un’idea, trasformare intuizioni in obiettivi concreti e prepararsi a un confronto con il mercato, con gli investitori e con se stessi.

    A cosa serve un buon business plan:

    • Definire una visione condivisa tra i founder
    • Identificare rischi e risorse in modo lucido
    • Progettare una crescita sostenibile, supportata dai numeri
    • Accedere a capitali, bandi e reti di supporto

    Ma soprattutto, rappresenta un primo vero "atto strategico".

    Scriverlo richiede domande, confronto, tempo e metodo. Farlo con il giusto supporto - anche esterno, quando necessario - può accelerare il percorso e migliorare significativamente la qualità delle decisioni.


    Se stai lavorando al tuo Business Plan o ti prepari a raccogliere capitali per la tua startup, avere al fianco le competenze giuste può fare la differenza.

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    02/05/2025